Qualche tempo fa ho comprato il Kindle, anche se con qualche dubbio sulla sua utilità. È stato un acquisto fantastico e spiego perché in questa recensione. Se sei anche tu tra gli indecisi che non sanno se comprarlo o no, o vuoi anche solo capire qual è l'ultima novità in materia di lettura ti consiglio di dare un'occhiata a questo articolo.
Tom Royal riguardo la pratica delle riviste di presentare il testo delle pagine sottoforma di una immagine invece che nativamente (come Instapaper & simili):
Ci sono tre modi per presentare del testo sullo schermo dell’iPad: nativamente, tramite l’HTML e tramite la rasterizzazione. Il testo nativo è presentato dall’iPad in una textview, l’HTML è presentato da WebKit di Safari in una webview, e il testo rasterizzato è presentato come un’immagine contenente del testo. Ci sono degli innegabili benifici ad usare le prime due opzioni: sia nativamente che tramite HTML il testo può essere selezionato, copiato, ridimensionato nativamente o perfino letto ad alta voce da un apposito sotware. E, nel caso Apple rilasci un nuovo dispositivo con una risoluzione maggiore, verrà comunque presentato nel modo migliore senza dover mettere mano all’edizione o all’app della rivista.
E niente di tutto ciò è possibile col testo rasterizzato. Quindi perché lo usiamo?
Perché permette un migliore controllo del testo e della sua disposizione nelle pagine.
L’articolo prosegue motivando la scelta del testo rasterizzato, approfondendo l’aspetto dell’impaginazione. Lo riassumo: il New Yorker è una rivista dedicata alla lettura di pezzi di 4–5 mila parole e per rendere l’esperienza piacevole non puoi semplicemente buttare giù del testo e sperare che sia leggibile, devi, invece, pianificare certosinamente le interruzioni e la disposizione dello stesso.
Dare un ascolto a chi di certe cose se ne occupa per lavoro è una pratica essenziale per evitare di esprimere giudizi affrettati e viziati dalla inevitabile ignoranza. Le ragioni esposte da Royal sono interessanti e chiarificano una scelta che anche io avevo tacciato come “stupida”, ma il mio parere sul tema, comunque, rimane lo stesso.
L’esperienza di lettura di riviste con il testo degli articoli rasterizzato è pessima. Oltre al fatto che mi trovo costretto ad aspettare vari minuti prima di poter leggere un nuovo numero per via del peso dello stesso (300MB oggi, molti di più se l’app è adattata allo schermo Retina del nuovo iPad), la navigazione è macchinosa e interrotta da frequenti pause in cui viene caricato “il macchinario”, situazione identica per la lettura degli articoli.
Gli sviluppatori/impaginatori/gente-che-fa-questo-lavoro si sono trovati di fronte ad una scelta: applichiamo lo stesso metodo che fin’ora abbiamo utilizzato con la carta stampata o ci adattiamo al nuovo mezzo cercando di fornire la migliore esperienza possibile, anche a costo di scendere a compromessi su questioni che fino a ieri avremmo ritenuto fondamentali? Come è evidente per preservare layout e impaginazione hanno sacrificato gli altri aspetti e secondo me, e parlo da lettore, hanno sbagliato.
Instapaper e Readability hanno già dimostrato che la lettura di articoli lunghi può essere un’esperienza piacevole, nessuno deve reinventare la ruota. Il problema è che quelli che producono le riviste non solo fanno finta che la ruota non sia mai stata inventata, ma oltretutto non si stanno nemmeno sforzando per crearne una loro versione. Stanno mostrando una cecità controllata e incredibilmente dannosa — eppure un’alternativa ci sarebbe.
Paolo Ottolina del Corriere riguardo il nuovo iPad: “Display spettacolare, ma poche differenza 1 con la precedente versione”.
Un po’ come dire: sempre a 15.000€ invece che una 500 ti vendiamo una Maserati, ma poche differenze con la precedente versione (i sedili son sempre quattro, va ancora a benzina).
Non sono un x-designer (dove “x” è una delle tante varianti tecnologiche della disciplina, come graphic, UI, icon, UX, ecc.), ma perlomeno a livello amatoriale sono interessato da questi argomenti — sembrerà il solito cliché, ma ho cominciato ad interessarmene da quando ho comprato un Mac. Una domanda che ha sempre gironzolato nella mia testa è perché i designer non facciano grande uso delle immagini vettoriali — immagini scalabili ad ogni grandezza data la loro intrinseca agnosticità verso le misure, invece di stare a creare 100 diverse icone o immagini per ogni grandezza e definizione. In un’era in cui sono venduti centinaia di dispositivi Android dalle grandezze più disparate e iPhone e iPad con densità di pixel diverse da una generazione all’altra non avrebbe più senso attuare un approccio più responsivo, come gli web-designer stanno già facendo?
La risposta è sì, ma anche no, come illustra bene Kirill Grouchnikov in About those vector icons:
Perché non possiamo usare icone vettoriali nelle applicazioni? Questa domanda continua a ritornare di tempo in tempo […]. A prima vista sia i designer che gli sviluppatori possono solo che guadagnarci a usare icone vettoriali. Un designer potrebbe creare una sola versione dell’icona […] per poi passarla allo sviluppatore che la userebbe […] nel modo più opportuno in ogni contesto che si presenta — una piccola icona nella barra delle azioni, o un’icona enorme per la pagina di “about”. […] E quindi, per riassumere il crescente discontento, Y U NO SVG?
Grouchnikov, per spiegare perché rimpicciolire le icone (SVG) invece che riadattarle è una pratica da evitare, cita un articolo di Neven Mrgan:
Non è semplicemente possibile creare icone eccellenti e dettagliate che possono essere scalate arbitrariamente a piccole dimensioni mantenendo chiarezza. Le piccole icone sono caricature: esagerano alcune parti, ne perdono altre, allineano le forme ad una griglia rigida.
Le interfacce grafiche sono tipicamente piene di simboli. La maggior parte degli elementi grafici che vedi su uno schermo hanno la funzione di rappresentare idee o concetti. La piccola casa sulla tua scrivania non è una piccola casa, è la “home”. […]
Diamo un’occhiata ai simboli che vediamo veramente nelle interfacce, tipo il pulsante home [da non confondere con quello dell’iPhone, ndr.]. Tipicamente, questo pulsante usa una piccola casa come simbolo.
La cosa sulla sinistra è una casa. La cosa sulla destra significa “home”. C’è un punto tra le due in cui il significato passa da “una casa specifica” a “home inteso come concetto”. Più una cosa è realistica, più difficile è scoprirne il significato.
Si notano così due macro-branche di motivazioni contro l’uso indiscriminato di grafica vettoriale:
Anche se teoricamente le icone/immagini SVG dovrebbero scalare bene a tutte le dimensioni, nelle più piccole non lo fanno perché gli schermi non hanno una densità di informazione (pixel) sufficiente per mostrare chiaramente tutti i dettagli;
Quando le icone/immagini sono di piccole dimensioni non solo una riproposizione reale dell’oggetto non è necessaria (troppi dettagli!), ma è dannosa, in quanto l’occhio umano non osserva analiticamente ma cerca di cogliere soltanto i particolari più importanti e rappresentativi.
Quindi no, le grafice vettoriali SVG non sono sicuramente la risposta. Almeno per adesso. *
Com’è che tra il 25 e il 50 per cento delle persone riportano di sentirsi sopraffatte o completamente stremate?
Non è solo una questione di ore passate a lavorare, ma anche il fatto che passiamo troppe ore a saltare da una cosa all’altra senza soluzione di continuità. Ciò che abbiamo perso, soprattutto, sono i punti di arresto, gli arrivi e i confini.
La tecnologia li ha resi meno evidenti tanto da renderli irriconoscibili. Ovunque andiamo, il nostro lavoro ci segue, sui nostri dispositivi digitali, sempre più insistenti e invadenti. È come un prurito che non possiamo fare a meno di grattare, anche se ciò significa necessariamente peggiorarlo.
(…) Il costo più grande è la tua produttività. In parte, questo è una semplice conseguenza del suddividere la tua attenzione, così che sei parzialmente occupato in varie attività ma raramente in una sola al massimo delle tue capacità. In parte, è perché quando ti fai distrarre da qualcos’altro che non sia il tuo obiettivo primario, aumenti il tempo che ti serve per finirlo di una media del 25 per cento.
Ma in modo ancora più insidioso, è perché se sei sempre a fare qualcosa, stai inesorabilmente consumando tutta la tua riserva di energia nel corso di ogni giorno, e finisci per averne di meno ogni momento che passa.
Nel 2012 uno penserebbe di aver debunkato il mito del multi-tasking, ma ancora non è così. Vale la pena ricordare che è semplicemente impossibile fare più di una cosa alla volta, a meno che una delle due sia un’azione che non richiede attività mentale continua. È possibile ascoltare un podcast mentre si guida, ma è impossibile, sempre mentre si guida, fare un cruciverba.
Ho notato che il problema principale delle persone più che la mancanza di tempo libero è il modo disastroso in cui lo organizzano. Dedicando un’ora (un’ora intera, però, non intervallata da tweet, TV, e giochini) al giorno ad ogni attività si riesce a raggiungere risultati straordinari anche in più obiettivi contemporaneamente. Basta essere sufficientemente diligenti, non distrarsi, e pianificare bene l’uso delle proprie energie (che non sono infinite e non lo saranno mai).
Gustomela ha di recente pubblicato un articolo, Byword vs. iA Writer, in cui confronta le due migliori applicazioni minimaliste di scrittura al momento disponibili per OS X e iOS.
Scrive, dopo aver elencato le poche impostazioni di Byword (iA Writer non ne ha nessuna):
Altro non c’è. Eppure il detrattore di Byword sostiene che tutto questo è eccessivo, che lo distrae, che gli fa perdere tempo, che finisce nell’imbuto vorticoso dei settings e non scrive più perchè sta tre ore a guardare (con la faccia da baccalà) i font da impostare. Si inabissa in tutto questo noise e perde definitivamente il signal.
Gustomela, come chiarisce nel post, si riferisce alle argomentazioni a sfavore di Byword sollevate da Ben Brooks in That Clicking Sound, in cui lo statunitense si lamenta di come la possibilità di modificare certi parametri (font, colori, ecc.) lo porti ad una inevitabile procastinazione e gli impedisca di scrivere. Magari ha ragione e son particolare io, ma non ho mai pensato di dare la colpa al mezzo per una mia mancanza. Altrimenti mi chiedo cosa debbano dire gli scrittori che sfornano un libro all’anno nonostante usino Word e siano esposti ai suoi tredicimila pulsanti, i loro lamenti devono essere udibili anche da Marte.
Scrivere scrivo con tutto, ma questo non significa che non provo diverse applicazioni e diversi flussi di lavoro per farlo. In fondo passo una discreta porzione del mio tempo a buttare giù parole, sarebbe ingenuo non cercare di ottimizzarlo e renderlo confortevole.
Malgrado i miei sforzi, e forse per la mia agnosticità verso il mezzo di scrittura, non sono riuscito a trovare differenze marcate tra le versioni per OS X di Byword e iA Writer. In fondo la loro funzione principale è di essere editor Markdown, nient’altro, il resto sono dettagli. Le due app sono così simili che per giustificarne l’acquisto ho dovuto creare artificialmente due utilizzi differenti: iA Writer per scrivere articoli per questo blog, Byword per tutto il resto (appunti universitari, pezzi destinati a Day One, ecc.).
C’è da ricordarsi che stiamo parlando, come ho già detto, di due applicazioni praticamente identiche, le cui differenze sono nulle se messe in prospettiva con altri editor simil-Word. Perciò se siete indecisi su quale prendere non state troppo a scervellarvi: compratene una sola su entrambe le piattaforme (OS X e iOS) e vivete felici e contenti per il resto della vostra vita.
Se avete la brutta abitudine di scrivere, lo sapete già: è difficile smettere. C’è poco o niente da fare, la scrittura è un vortice che si aggrappa ad ogni tuo pezzetto di pelle e ti porta via. Non ricordo chi la descrisse in questi termini, ma la vita dello scrittore è difficilissima perché mentre stai scrivendo ti senti miserabile, ma se non scrivi è ancora peggio. Io, ci mancherebbe altro, non sono uno scrittore, ma mi diverto a buttar giù due pensieri su questo blog e discutere di questi argomenti con altre persone e almeno un pochino le sensazioni descritte da quella frase le provo.
Il mio obiettivo su questo blog è creare un ambiente di lettura perfetto per leggere cose (si spera) interessanti. Sulla qualità degli articoli decidete voi, ma sull’ambiente di lettura ho il controllo: ho sempre cercato di eliminare distrazioni, pubblicità, e cose del genere in modo da favorire una lettura rilassata e al riparo dalle insidie delle immagini luccicanti che ti propongono di comprare, comprare, e comprare. Per far ciò ho dovuto sacrificare tutte le fonti di guadagno, rendendo questo blog un’attività a fondo perduto. Ora, perduto completamente non è perché mi ha permesso di conoscere persone staordinarie, ma comunque non ricevo guadagni sostanziali. La situazione è migliorarata con i link affiliati di Amazon che mi permettono di ottenere una percentuale da ogni acquisto (a voi che avete comprato il Kindle tramite i miei link: grazie, davvero, mi avete permesso di spendere quei soldi in inutili moleskine), ma se devo esser sincero siamo ancora in alto mare.
Per tutti questi motivi, da oggi, voglio provare a seguire l’esempio di altri blogger come Shawn Blanc, John Gruber, o “il mio compagno di merende” Filippo Corti e offrire una specie di sponsorizzazione di supporto a Il Mac Minimalista (sì, si torna al vecchio nome, ma questa ve la spiego in un post futuro). L’idea è la solita, già messa in pratica da tanti altri: al costo di 3€ ogni tre mesi entrate a far parte del club dei belli, quelli che aiutano questo blog a campare. Inizialmente non avevo idea di quali vantaggi offrire agli iscritti, ma parlandone con Filippo son venute in mente due idee: un profilo Twitter privato dedicato in cui riporto notizie, link, e pensieri e una newsletter settimanale in stile Next Draft in cui raccolgo tutti questi tweet e do loro un senso e un significato. Niente di prolisso, due righe di commento per ogni elemento, ma sono sicuro che verrà fuori una cosa carina.
Non credo di diventare ricco con i soldi di questa iscrizione, sarei felicissimo anche solo se dieci di voi si iscrivessero. Non tanto per i soldi — dieci iscritti significa dieci Euro al mese, bastano a malapena per pagare un hosting discreto — ma perché si dimostrerebbe che anche in Italia ci sono persone che valutano il lavoro degli altri e sono disposte a privarsi di un caffé al mese (o dieci Goleador, o un’applicazione; fate voi le propozioni) pur di leggere articoli interessanti e ragionati, invece che le solite news da due paragrafi copiate da qualche blog inglese.
Se siete commossi e avete un fazzolettino in mano e state piangendo e annuendo alle mie parole e ripetendo nella vostra mente “Dimmi dove devo pagare! Dimmi come faccio a inviarti tutti i miei risparmi! O anche mia madre!” sappiate che ho già preparato una paginetta dove tramite PayPal potete dare il vostro contributo. Una volta che riceverò il pagamento vi contatterò tramite email e vi darò modo di iscrivervi alla newsletter (nel caso siate interessati) o al profilo Twitter (ancora, solo se interessati). Nel caso non vi abbia ancora contattato dopo qualche giorno significa che ho fatto i milioni e son scappato alle Maldive, quindi va tutto a farsi benedire.
Che vi iscriviate o no, poco importa, non posso far altro che ringraziarvi. Come direbbe il mio amico James Blunt siete persone bellissime. Io son grato anche solo di avere persone che mi leggono, significa che almeno a volte, un pochino interessante, lo sono. E alla fine dei conti avere persone che passano cinque minuti della loro giornata a leggere quello che scrivi è davvero tutto quello che conta. Grazie, davvero.
Da una delle rare interviste rilasciate da Jonathan Ive (in questa occasione al London Evening Standard):
Q: Quali sono i tuoi obiettivi quando ti proponi di costruire un nuovo prodotto?
A: I nostri obiettivi sono molto semplici – progettare e fare dei prodotti migliori. Se non riusciamo a fare qualcosa che sia migliore, non lo facciamo.
Q: Perché la concorrenza di Apple non è riuscita a farlo?
A: È piuttosto insolito, la maggior parte dei nostri concorrenti sono interessati a fare qualcosa di diverso, o vogliono fare qualcosa di nuovo ad ogni costo — io credo che questi siano obiettivi completamente sbagliati. Un prodotto deve essere genuinamente migliore. Ciò richiede molta disciplina, ed è questo che ci guida — un appetito sincero e genuino per creare qualcosa di migliore
Q: Come sai che hai avuto successo?
A: È una cosa molto strana per un designer da dire, ma una delle cose che davvero mi irrita riguardo i prodotti è quando sono consapevole che i designer hanno cercato di imporre la loro “firma” nel prodotto, a tutti i costi. Gli oggetti semplici sono il nostro obiettivo, oggetti che non puoi immaginare in nessun altro modo. La semplicità non è l’assenza del disordine. Capiscilo, e sarai più vicino all’oggetto e più concentrato su di esso.
“Un oggetto che non puoi immaginare in nessun altro modo”. Fanno quasi ridere se lette sotto quest’ottica le varie cause legali di Apple contro gli altri produttori rei di aver copiato il loro design di iPad e iPhone, ma queste sono probabilmente scaramucce legali che nell’attuale sistema giudiziario vanno portate avanti per restare a galla e avere un’arma di difesa contro i migliaia di brevetti dei concorrenti.
Una parte del mio odio per cover e custodie deriva anche da questo concetto, i design di Apple sono spesso quelli giusti e aspirano ad un ideale senza tempo, al contrario delle centomila versioni dei telefoni Samsung (o Nokia pre-Lumia, ecc.) in cui i designer si lasciano abbindolare da certe mode passeggere che perdono ogni loro significato dopo pochi anni, se non addirittura mesi. Proprio su questo argomento, generalizzato, è presente nell’intervista una stoccata a coloro che si lamentano della (secondo loro) poca innovazione di Apple negli ultimi tempi:
Q: Può questa ossessione per i dettagli andare fuori controllo?
A: Può portarti via davvero tanto tempo, puoi passare mesi e mesi e mesi su un piccolo dettaglio — ma finché non trovi una soluzione, non puoi sbloccare quest’altro prodotto fondamentale. Hai spesso come l’impressione che non esista una soluzione, ma hai fede. È per questo che innovare è così difficile — non ci sono punti di riferimento.
Creare un nuovo prodotto “per fare numero” è diverso da innovare. Se ti ritrovi a passare mesi e mesi a risolvere un problema non puoi quantificare o standardizzare l’innovazione, come tanti vorrebbero. Essa, invece, accade nel momento giusto, quando tutti i pezzi del puzzle sono al loro posto.
Armatevi di cotton-fioc e pulitevi bene le orecchie: è arrivato il nuovo episodio di Brevi Accenni “Il vecchio iPad”.
Questa settimana due argomenti ci tormentano. Il nuovo — e deludente — iPad, uno dei prodotti più scontati che Apple abbia rilasciato negli ultimi anni, la fa da padrone nei primi minuti. Nella seconda parte dell’episodio, invece, dirigiamo la nostra attenzione sui blog, le membership, e la difficoltà nel far capire alle persone che non tutto su internet deve necessariamente essere gratuito.
Potete trovare la puntata dal blog ufficiale, su iTunes, o aggiornando Instacast. Se volete parlarci, offenderci, o quant’altro, avete due opzioni: andare a prendere un caffè insieme o scriverci su @BreviAccenni.
Ah, dice che agli ascoltatori del podcast Sky faccia installare Sky Go anche su un terzo dispositivo, io l’ho messo nel mio iPad da 8.4 pollici e devo dire che va alla grande.
Germania e Austria sono due nazioni simili. In Germania al momento del ricevimento della patente di guida ti viene chiesto di apporre un segno di spunta su un quadratino nel caso tu voglia donare gli organi dopo la morte. In Austria devi apporre il segno di spunta nel caso che tu non voglia donare gli organi.
I risultati sono straordinariamente diversi: solo il 13% dei cittadini tedeschi decide di donare gli organi, mentre il 99% degli austriaci lo fa. Perché? Perché il mettere un segno di spunta è un’operazione che porta via tempo e fatica (perlomeno mentale).
C’è un solo metodo efficace per studiare tutti i giorni, risparmiare, o allenarsi: rendere la pratica automatica. Se la tua mente si ritrova davanti a due possibilità inesorabilmente sceglierà quella più semplice e veloce, anche se a lungo termine dannosa; evitando di ritrovarsi a dover scegliere si elimina l’intervento “umano” e, senza pensarci troppo, si fanno le cose.