C’è un futuro per i giornali e le pubblicazioni online?

January 18th, 2012 | Link a questo articolo

Gli ultimi anni non sono stati granché positivi per i giornali: poche persone continuano a comprare le edizioni cartacee e quelli che leggono sul web raramente sono fidelizzati e spesso utilizzano strumenti più rapidi come Twitter. L’enorme evoluzione degli strumenti di pubblicazione online come WordPress (e Tumblr) permette praticamente a chiunque di scrivere e esser letto, senza il bisogno di avere particolari doti informatiche.

Assieme al problema del ridimensionamento del pubblico il web ne porta un altro, non meno importante e in parte collegato: le persone si aspettano che tutti i contenuti siano gratuiti. Perché devo pagare al Corriere venti euro al mese per poter leggere notizie che sono presenti anche su Repubblica? O su un blog indipendente? O su Twitter?

Scrive Clay Shirky:

Questo potrebbe essere l’anno in cui i giornali finalmente abbandonano l’idea di trattare tutte le notizie come prodotti, e tutti i lettori come clienti. […]

Un giornale stampato era un fardello. Un lettore che voleva sapere solo di sport e di titoli azionari comprava lo stesso giornale di un altro lettore che voleva leggere riguardo la politica locale e nazionale, o le ricette e l’oroscopo. Su Internet, però, quel pacchetto tutto-in-uno è lacerato, ogni giorno, da utenti che inoltrano ciascuna URL, senza il minimo riguardo alle prime pagine o alle sezioni o al percorso di navigazione preferito [da chi dirige i giornali, ndr]. Questa separazione conduce alla stramba matematica dei lettori del web – se classificate i lettori in base alle pagine viste in un mese, di gran lunga il gruppo più grande, tra un terzo e metà di loro, visiterà solo una singola pagina. Un gruppo più piccolo leggerà due pagine in un mese, un gruppo ancora più piccolo ne leggerà tre, e così via, fino ad arrivare al lettore più attivo, in un gruppo a sé stante, che leggerà dozzine di articoli al giorno, centinaia in un mese.

Fino ad ora i tentativi dei giornali son stati principalmente due, entrambi con risultati scoraggianti. Il primo prevede il finanziamento delle pubblicazioni tramite le sole entrate pubblicitarie; tentativo destinato a fallire miseramente per il già citato ridimensionamento del pubblico. Il secondo prevede un paywall, termine inglese che sta a significare “noi oscuriamo il sito a cui puoi accedere solo se paghi tot al mese”; anche questo destinato a fallire, chi è così temerario da pagare per contenuti che non ha la possibilità di valutare?

Negli ultimi anni, però, a qualcuno è venuta in mente un’idea diversa, una sorta di ibrido tra le due precedenti: il paywall con la condizionale. Il funzionamento è semplice: alcuni giornali come il New York Times permettono di leggere qualunque notizia o articolo gratuitamente, ma al raggiungimento di quota venti articoli letti in un mese “oscurano” il sito e ti chiedono di pagare per leggere ancora.

Sebbene all’apparenza questa nuova tipologia di paywall possa sembrare soltanto un mescolone dei tentativi precedenti, l’idea che ne sta alla base è tanto nascosta quanto rivoluzionaria. Offrendo l’accesso gratuito ai lettori occasionali, il New York Times smette di trattare le news come prodotti da vendere mentre volge il suo sguardo a quegli utenti che col tempo hanno imparato ad apprezzare il giornale e i suoi scrittori. Se ci tieni, se credi che la tua vita sia migliore grazie alla lettura del New York Times paghi; altrimenti no.

Ancora Clay:

Le due domande fondamentali che dobbiamo porci sono: Cosa vogliono i nostri utenti più devoti? Cos’è che farà diventare tali i nostri lettori più frequenti? Ecco alcune cose che non li faranno diventare tali: Più pubblicità. Più gossip. Più pezzi comprati da altre testate. Questo è un nuovo territorio per i giornali convenzionali, i quali hanno sempre usato come unica metrica su cui basare il proprio business il conteggio grezzo dei lettori invece che la loro fidelizzazione.

Le celebrità che hanno comportamenti inadeguati fanno salire alle stelle il conteggio di pagine visitate ai giornali, ma quei lettori sono tutt’altro che devoti. Nel frattempo, le persone che leggono così tanto da vedersi presentato il paywall e che alla fine pagano per l’accesso, per definizione sono persone che considerano il giornale non solo come una fonte occasionale di articoli interessanti, ma un’istituzione essenziale, la quale esistenza è vitale […]

Quando un giornale abbandona la strategia standard del paywall [quella senza conteggio di pagine visitate, ndr], rinuncia a vendere le notizie come una semplice transazione. Invece, deve anche attrarre i suoi lettori con motivazioni non finanziarie e non transazionali: lealtà, gratitudine, dedizione agli obiettivi, un senso di identificazione con il giornale, un desiderio di preservarlo come un’istituzione invece che come azienda.

Per fortuna, e dico questo da creatore di contenuti, il metodo sembra funzionare. Non si hanno più i profitti di una volta, ma questi sono abbastanza per mantenere in vita le pubblicazioni.

Viene da chiedersi se un modello simile possa esser applicato a scrittori indipendenti, come nel mio caso. Sicuramente è impossibile applicare questa tipologia di paywall a piccoli blog che mancano dei grandi numeri — va bene avere utenti affezionati, ma non è sostenibile se puoi contarli sulle dita di una mano — e per adesso tranne alcune sporadiche eccezioni (vedi John Gruber o Shawn Blanc) il panorama è poco felice. C’è bisogno di nuove idee, persone con inventiva e con la giusta dose di coraggio necessaria a cambiare lo stato delle cose.