La dannosa cultura del gratuito
December 29th, 2011 | Link a questo articoloQualche giorno fa Facebook ha deciso di spiegare ai propri utenti come fa il sito a campare, parlando delle pubblicità e dei soldi da esse ricavati. Niente di male in sé, i soldi da qualche parte devono arrivare, e in questi casi è sempre valido il detto se non paghi per usare il prodotto, il prodotto sei te (venduto agli inserzionisti). Data ormai l’ubiquità del social network viene da chiedersi perché Zuckerberg non fissi un prezzo per l’accesso al suo sito, anche basso. Rian van der Merwe ha provato ad ipotizzare quanto servirebbe per tenerlo in piedi e la cifra è tutt’altro che proibitiva: 2 dollari l’anno per andare in pareggio di biliancio, 3 per avere mezzo miliardo di disavanzo. Se Facebook mi chiedesse di scegliere tra pubblicità e un abbonamento del genere sceglierei sicuramente la seconda forma di pagamento; meno siti vendono i miei dati personali qua e là, meglio sto.
Ma se è così semplice perché Facebook non diventa a pagamento? Le motivazioni sono varie, ma la principale è una: la gente non vuole pagare la roba su internet, si aspetta che tutto sia gratis. L’annosa questione che il colosso si trova ad affrontare non è niente di diverso dal problema che affligge i giornali e le riviste, gli utenti sono abituati ad accedere gratuitamente ai siti e difficilmente cambieranno idea. Lo stesso si riscontra, anche se in misura minore, con iOS e più in generale tutti i nuovi smartphone, “Ho speso 699€ di telefono, ora dovrei pagare ben altri 79 centesimi per comprare una applicazione?! Io la pirato!”. Sì, questa citazione fa ridere a leggerla nero su bianco, ma più o meno tutti l’abbiamo sentita — purtroppo.
Maciej Ceglowski, il creatore di Pinboard.in, un servizio di archivio dei segnalibri che anche io uso (e che non è gratuito ma è utilizzabile solo dopo un primo pagamento una tantum), ha provato a dire la sua su questa dannosa tendenza:
E se un sito che ami non ha una strategia per generare profitti? Incazzati con gli sviluppatori! Spiega loro che sei stufo di vedere sparire buoni progetti e che sei disposto a pagare di tasca tua per evitare che succeda ancora. Non serve un guadagno-per-utente proibitivo per mandare avanti un progetto. Serve solo un numero maggiore di zero.
La colpa — come nota bene Ceglowski — non è degli utenti, quanto degli sviluppatori. Le pubblicazioni online e i siti-servizio ci hanno abituato male, crescendoci nella convinzione che tutto su internet debba essere gratuito. Niente di più falso! Sì, ci sono alcuni siti che possono vivere di guadagni derivanti dalle pubblicità, ma questi sono la minoranza. Così come Apple ha educato la maggioranza dei suoi utenti al pagamento dei servizi (app), lo stesso deve fare chi crea contenuti o servizi sul web.
È necessario un cambiamento radicale della cultura, dove il gratuito diventa solo un mezzo per raggiungere il fine superiore: la crescita (o la vita) di un prodotto, per il bene di tutti.