Autoritratto con mele, The Quillink Observer e una mini-intervista a Riccardo Mori
July 30th, 2010 | Link a questo articoloSe c’è una cosa che mi piace di internet, è passare ore e ore a leggere. Non importa di cosa, qualunque argomento di solito mi affascina. Certo, ci sono tematiche a cui sono più legato, ma mi ritrovo spessissimo a “cibarmi” di qualunque cosa passi da Longform e simili.
Il mio debole, però, penso che rimarrà sempre leggere quei mega articoloni sulla Apple, sui suoi prodotti, sulle anticipazioni e le teorie per il futuro. È il mio pane quotidiano. Non per nulla un buon 50% del mio feedreader è composto da blog che ne parlano. Nonostante ciò non sopporto quei siti che ripropongono sempre le stesse news rimaneggiate (melablog, ispazio, e tutti i vari blog inglesi e americani). Io amo cose a la Daring Fireball, Smoking Apples e via dicendo.
Quando sono incappato per la prima volta in Autoritratto con mele mi sono sentito a casa. Autoritratto è (era, per essere precisi) un blog molto simile a ciò che cerco di fare ogni giorno qua su Il Mac Minimalista. Un luogo dove poter leggere opinioni saggiamente soppesate, punti di vista alternativi ma, soprattutto, articoli lunghi. Certo, professo il minimalismo, ma sono convinto che non sia possibile esprimere anche la più semplice delle idee in meno di due-tre paragrafi. Con ciò non sto dicendo, però, che ci sia il bisogno di allungare il brodo nel caso questo non fosse abbastanza. Siete persone intelligenti e sono convinto che mi abbiate capito.
Parlando di Autoritratto con mele (che ora si è spostato, ne saprete di più tra qualche riga), ho deciso di scrivere questo articolo per “presentarvelo”. Ho anche contattato l’autore, Riccardo Mori per una mini-intervista e le sue risposte sono state incredibilmente lunghe ed esaustive, quindi vi lascio direttamente alle sue parole. L’unico consiglio che vi do è: seguitelo. Merita veramente.
Chi sei e cosa fai per lavoro?
Sono Riccardo Mori, e di mestiere faccio il traduttore freelance, lo scrittore, e di tanto in tanto il consulente Mac. La scrittura (creativa e tecnica) e il Mac si può dire che facciano da sempre parte della mia vita. Al lavoro di traduttore sono arrivato attraverso un percorso variegato, il classico periodo in cui si cerca un’identità e si provano tante cose: la musica, il teatro, la pubblicità, il lavoro d’ufficio “dalle 9 alle 5”, e così via. Alla fine ha prevalso la mia passione per l’informatica, unita a una conoscenza approfondita dell’inglese. Di qui il lavoro di traduttore, soprattutto tecnico anche se nel mio curriculum non mancano traduzioni letterarie. (La mia formazione è umanistica, in fondo).
Quando e come hai scoperto il mondo Apple?
Me lo ricordo: era il 1980 e io ero un ragazzino. In quell’epoca i miei genitori frequentavano la famiglia di una collega di mia madre, e io giocavo con i suoi figli, di poco più grandi di me. Uno di loro possedeva un Apple IIe, ed era molto appassionato di computer. Fu il suo entusiasmo per quella macchina che mi coinvolse e mi fece scoprire il mondo dell’informatica in generale, e di Apple in particolare.
Da lì è stata una strada in discesa. Purtroppo non ho potuto permettermi da subito di acquistare computer Apple (in quegli anni costavano davvero un occhio della testa), e quindi la mia formazione è passata attraverso macchine come Commodore, Sinclair e Atari. Ho cominciato finalmente a usare un Macintosh nel 1989, in uno studio di grafica e pubblicità in cui facevo l’apprendista e in cui ho scoperto i rudimenti dell’allora nascente Desktop Publishing. Lavoravo su un Macintosh SE con 4 MB di RAM collegato a una stampante LaserWriter IINT (se non erro). Era una stazione di lavoro che in quegli anni costava quasi una ventina di milioni delle vecchie Lire!
Per diversi anni, data la scarsezza di fondi, sono stato costretto a usare PC IBM e compatibili, e mi sono fatto le ossa anche con DOS e Windows. In retrospettiva sono stati anni formativi affascinanti. Ho imparato a familiarizzare con sistemi diversi e a conoscerli dentro (hardware) e fuori (software). Con questo tipo di percorso è facile notare la superiorità delle macchine Apple e del Mac OS, che a quel tempo era ancora più marcata rispetto a oggi.
Come mai hai deciso di scrivere TQO? Cosa c’è, dietro, insomma?
La storia è lunga, ma cerco di tirar fuori l’essenziale. Il nome ‘Quillink’ deriva da un progetto personale che iniziai nel 1992-93 chiamato ‘Laboratorio Quillink’. Cavandomela piuttosto bene con il Desktop Publishing e con il design di libri, volevo creare una sorta di casa editrice per testi miei e altrui. Il nome ‘Quillink’ (fusione di ‘quill’ = penna d’oca, e ‘ink’ = inchiostro) mi piacque subito, ed è rimasto anche quando il progetto si è congelato intorno al 1999. Nel 2005 ha fatto la sua prima ricomparsa col nome ‘Quillink Press’ e il progetto è definitivamente risuscitato nel 2009 con questo nome.
Nel frattempo, online, iniziai un blog sul mondo Mac, tecnologia e dintorni. Era il 2005 e il blog, in italiano, si chiamava ‘Autoritratto con mele’. Nel 2007 ne creai un altro, in inglese, intitolato The Rizland Observer. Con quest’ultimo volevo estendere il campo degli argomenti trattati e parlare anche di design, di fotografia, di letteratura e insomma di tutti gli ambiti che attraevano la mia curiosità intellettuale. Non contento, nel 2008 iniziavo un altro blog in inglese, System Folder dedicato ai Mac vintage e al Mac OS ‘classico’.
Negli ultimi tempi, per me caotici sotto molti punti di vista, mi stavo accorgendo di avere troppi progetti e blog aperti, notavo troppa dispersione, e sentivo sempre più l’esigenza di tagliare i rami secchi e riunire buona parte della mia produzione in uno o due luoghi soltanto. Agli inizi di luglio ho quindi deciso di riunire ‘Autoritratto con Mele’ e ‘The Rizland Observer’ in un unico sito, incentrato sul marchio Quillink. Ecco nascere ‘The Quillink Observer’ (‘Quillink Press’ rimane come sottosezione), principalmente un blog bilingue, dove continuo a parlare di Mac e tecnologia soprattutto, anche se da ‘The Rizland Observer’ viene ereditata la maggiore apertura anche ad altri ambiti d’interesse. System Folder prosegue come progetto separato.
Non ci sono tanti blog scritti così bene in giro, ma soprattutto ce ne sono pochi di questa profondità. Avresti qualche consiglio per i lettori di IMM?
Due, anche se finiscono con l’essere uno solo. Il primo è quello di non lasciare mai che il proprio senso critico si atrofizzi. Con quel che è diventata Internet oggi, è molto facile perdersi per strada, secondo me. La pseudo-socialità del Web 2.0, da quel che ho potuto vedere, ha provocato il riaffermarsi di una mentalità del gregge che, in casi estremi, può diventare preoccupante. Coltivare la propria testa e non pensare con quella altrui. Documentarsi e non prendere per oro colato il primo sito Web che si incontra. Eccetera. Il senso critico, il buonsenso, appunto.
L’altro consiglio è quello di non lasciarsi sopraffare dalla tecnologia. Per chiarirci: la tecnologia mi affascina e appassiona, ma è e rimane uno strumento, un mezzo. Siamo noi a utilizzarla e non dobbiamo lasciarci utilizzare da essa. Non dev’essere fine a se stessa. Non deve diventare una dipendenza. Ho visto persone che ormai non possono fare a meno di controllare l’email ovunque si trovino, coppie al ristorante o in uno Starbucks che invece di parlarsi si perdevano ognuno nel proprio smartphone, a controllare chissà cosa e a scrivere chissà cosa. Bisogna ritrovare una semplicità e una comunicazione vera che mi pare si stiano un po’ perdendo in questo ammasso di iper-informazione e iper-comunicazione che, sotto sotto, sa di vuoto.
Mi sembra un consiglio perfettamente in sintonia con l’approccio minimalista, tra l’altro, non trovi?
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