Link: Un insospettabile conflitto di interessi — è online l’episodio cinque di Brevi Accenni »

January 27th, 2012 | Link a questo articolo

È finalmente disponibile l’episodio 5 di Brevi Accenni: Un insospettabile conflitto di interessi.

C’è da parlare dell’evento dell’educazione e dei risultati fiscali di Apple, quindi lo facciamo. Non bisognerebbe parlare di bon ton col cellulare, Minecraft e LEGO, e di champagne, ma lo facciamo ugualmente. Non credo che possiate perdervi la puntata in cui si scopre il vero motivo per cui ho aperto questo blog, quindi correte a scaricala da iTunes, aggiornate Instacast, o fate un salto sul blog di Brevi Accenni.

La qualità dell’audio è altalenante: Filippo è tornato nella grotta dove vive e non è a Pisa quindi abbiamo dovuto registrare via Skype, la mia connessione è pessima, e registriamo lui col microfono luccicante e io con delle vecchie cuffie dell’iPhone malconcie. Comunque Filippo ha fatto un ottimo lavoro nell’editing, quindi se la puntata è ascoltabile ringraziatelo (e iscrivetevi alla sua membership, così coi soldi ci compra i filtri dell’Aeropress).

Ah, leggevo stamani sul New York Times che ascoltare Brevi Accenni aumenta sensibilmente il numero di follower su Twitter. Io ci credo, di solito hanno ragione.

Times are a-changing

January 27th, 2012 | Link a questo articolo

Cosa succede quando vuoi sfruttare la sincronizzazione di iCloud senza dover rilasciare il tuo software nel Mac App Store? Gli sviluppatori di PDFPen si sono ingegnati e hanno creato un’applicazione esclusivamente dedicata a questo compito, denominata PDFPen Cloud Access.

Le regole del MAS sono chiare: noi ti offriamo gratuitamente una vetrina enorme in cui ospitare la tua app, così come accesso gratuito a particolari API come quelle per la sincronizzazione; te fai in modo che l’app non richieda privilegi da amministratore (in modo da proteggere l’utente comune), e ci descrivi esattamente cosa la tua app ha intenzione di fare quando usata dall’utente (sandboxing). “Patti chiari, amicizia lunga”, c’è poco da lamentarsi — basta chiedere agli sviluppatori che hanno ottenuto guadagni stratosferici (Pixelmator) o che dopo mesi e mesi di beta non sono stati capaci di risolvere il problema di implementare un sistema di sincronizzazione decente (Things).

Il MAS comporta però una particolare tendenza che sebbene non sia stata troppo difficile da prevedere alla sua apertura, si mostra sempre di più chiaramente con l’avanzare del tempo. La maggioranza delle API che Apple rilascerà d’ora in avanti saranno appannaggio esclusivo delle applicazioni presenti del negozio. Tendenza che inciderà poco (almeno per adesso) sull’uso di OS X per noi utenti esperti, ma che condizionerà pesantemente l’esperienza degli utenti comuni. Un esempio pratico, riallacciandomi alla storia di PDFPen: se vuoi utilizzare iCloud devi essere nel MAS. Vai te a spiegare a mio padre, tra qualche anno quando il supporto a iCloud sarà dato per scontato, perché deve installare un’app non presente nel MAS e potenzialmente maligna come Dropbox solo per avere i dati sincronizzati tra iPhone e OS X.

Il numero di software non-MAS si ridurrà enormemente nei prossimi anni, non ci vuole troppo sforzo mentale per capirlo. E assieme a queste app se ne andrà anche il vecchio paradigma di software toti-potente, ovvero capace di agire con pieni poteri sul sistema operativo — magari ottimo, come SuperDuper!. Ma non solo: dentro o fuori dal MAS, è questa la tendenza, quindi se vuoi tutti i diritti di amministratore fuori, ma se vuoi tutte le API dentro. Il che significa che già da oggi non esiste più un programma che possa accedere a tutte le funzioni del sistema operativo. O diritti da amministratore o API iCloud. O uno, o l’altro.

A pensarci bene, e sperando in un certo grado di flessibilità da parte di Apple, il compromesso non è poi così svantaggioso. Sviluppatori intelligenti come quelli di PDFPen riusciranno sempre a trovare un modo legittimo per risolvere questi problemi, se non lo faranno loro il compito passerà a noi utenti esperti, poco male. Ma i tempi stanno cambiando, drasticamente.

Link: I 7 punti per avere una buona strategia di backup »

January 26th, 2012 | Link a questo articolo

Qual è il segreto per avere un backup affidabile, veloce da usare, e sicuro? Stefan, lo sviluppatore di Arq, ha provato a stilare i 7 punti principali da tenere in considerazione:

  1. Sii cosciente che il tuo Hard Drive si romperà molto presto
  2. Automatizza
  3. Non complicare le cose
  4. Usa più sistemi di backup
  5. Minimizza il tempo di recupero del backup per tornare operativo
  6. Fai in modo di essere protetto dalla corruzione dei dati e dagli errori umani
  7. Evita servizi che non si addicono alle tue abitudini

Leggete l’articolo per avere la descrizione di ogni singolo punto, consigliatissimo.

In particolare sono due gli aspetti che credo siano fondamentali: quello di automatizzare e il non complicare le cose. Il primo è semplice, se il tuo backup si basa su una procedura manuale non è un backup affidabile. Usa applicazioni come TimeMachine o SuperDuper! o Backblaze per automatizzarlo. Il secondo è ugualmente importante, complicare le cose significa rendere più difficile il recupero dei dati e meno facile capire la situazione attuale (“i miei backup sono aggiornati, o no?”).

Io, come mi pare di aver già detto in passato, uso tre strategie diverse: TimeMachine a un disco collegato in rete (locale), SuperDuper! a un disco collegato via USB (locale), Backblaze su internet (non-locale). In questo modo in caso di problema ho un clone 1:1 sul disco sulla scrivania, ho un sistema che salva più versioni di file tramite il disco TimeMachine, e un’ultima spiaggia rappresentata da Backblaze via internet.

Finché non avremo supporti di archiviazione che durano decenni invece di anni, purtroppo, dobbiamo affidarci a queste multi-strategie di backup. Prevenire, prevenire, prevenire, dato che curare è quasi impossibile.

Il motivo per cui il Kindle ti fa leggere di più, alla fine, è che rende la lettura più semplice

January 24th, 2012 | Link a questo articolo

C’è un punto nella mia recensione del Kindle 4 su cui (ahimè) non ho posto abbastanza attenzioni: la convenienza e la mancanza di attrito. Ma prima di buttarsi a capofitto nella questione mi preme farne una breve introduzione.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una strana tendenza prendere luogo. Sempre meno persone leggono libri, ma sempre più persone leggono. Cosa significa? Grazie alle pubblicazioni online, ai blog, a Twitter, anche se apparentemente leggiamo di meno finiamo per passare tutto il giorno davanti a uno schermo a leggere. Cambiamenti di paradigma e di abitudini, a quanto pare.

Nel suo pezzo Access to access Seth Godin avverte dei pericoli di questa era: abbiamo qualunque informazione disponibile in ogni momento, sì, ma questa disponibilità rende la creazione più difficile — è facile dirsi “ora studio un paio d’ore” e ritrovarsi mezza giornata dopo a non aver fatto altro che navigare sul web.

Quest’enormità di informazioni (di tutti i tipi) presenta al lettore di libri un enorme problema di non facile risoluzione. Perché leggere quel libro e perderci mezz’ora quando nello stesso tempo puoi imparare dieci cose differenti solo a guardare Reddit? In fondo acquisire nuova conoscenza è bello, ma lo è ancora di più acquisirne molta di più. O almeno così sembra.

Il Kindle, dicevo nel paragrafo di apertura, ha un grande merito: quello di essere lì e facilitare la lettura. È un pezzo di plastica duro e difficile da rompere, non è da sfoggiare quindi se si graffia non importa a nessuno, è leggero e entra nelle tasche dei cappotti. Non è piccolo quanto un cellulare, ma lo è abbastanza per stare sempre con te. E se ti porti dietro il Kindle ti porti dietro tre-quattro libri diversi, quindi hai pure una discreta scelta — sì, in realtà ha spazio per centinaia o migliaia di titoli, ma sono tre-quattro quelli che contano.

Ogni tanto mi innamoro di parole e concetti e finisco per parlarne tantissimo su questo blog nel giro di pochi giorni, “attrito” è la mia cotta degli ultimi tempi. Mi sto rendendo sempre più conto che, alla fine, le cose (non) le fai non perché (non) hai voglia di farle, ma perché c’è meno (o più) attrito tra te ed esse. Se hai sempre Twitter aperto, o anche Facebook, è facilissimo dargli un’occhiata e perdere mezz’ora di lavoro — l’unico ostacolo che ti divide è un click! Lo stesso vale per lo studio, se devi cambiare stanza o raggiungere un ripiano in alto per prendere un libro la voglia di studiare cala bruscamente. La prossima volta che vuoi importi una materia prendi il libro, aprilo al capitolo giusto, e poggialo accanto a te; ti assicuro che non dovere spostarsi nemmeno di un metro per dover studiare sarà un grandissimo incentivo a farlo.

Kindle e attrito, quindi. Col Kindle premi un pulsante e il dispositivo si accende, non devi far altro per leggere. I libri cartacei, invece, puoi perderci anche cinque minuti a ritrovare il punto in cui eri rimasto. E se non hai voglia di letture impegnate c’è Instapaper. Meno attrito insomma, nel Kindle ci sono meno ostacoli fra te e la lettura. Rende leggere più facile e non di poco. E finisci per leggere di più. Grandioso, no?

Link: Le 12 regole di internet »

January 24th, 2012 | Link a questo articolo

5: La tecnologia abilita il talento dove c’è, non lo crea.

Le 12 regole di internet secondo Mafe de Baggis.

Link: Obbligati a rispondere »

January 21st, 2012 | Link a questo articolo

Carl T. Holscher in Can you hear me now?:

Dave Caolo ha raccontato un aneddoto riguardo una donna che in un alimentari ha bloccato la linea alla cassa perché stava cercando il suo telefono squillante in un’enorme borsa. Nonostante il cassiere avesse il resto in mano e le borse pronte, la donna lo ha ignorato completamente presa dalla frenesia di rispondere al cellulare. […]

Ha parlato di come siamo tutti stati abituati a rispondere ai nostri telefoni squillanti come i cani di Pavlov facevano col loro pranzo. Ogni volta che c’è uno squillo, un bing, un gong, o una canzone pop che suona a tutto volume, il telefono diventa il centro dell’attenzione.

Qual è stato il momento, durante la storia umana, in cui abbiamo deciso che rispondere al telefono fosse vitale per la nostra sopravvivenza?

In tutta la mia vita penso di avere ricevuto una sola chiamata così importante da dover rispondere subito e interrompere quello che stavo facendo. Eppure non riesco a non rispondere. È più forte di me.

Scrivevo in Usalo quel dannato cellulare, ma non quando sto parlando con te:

Sono due gli scenari possibili quando decidi di preferire il telefono alla mia persona: o sei maleducato, o ti sto annoiando. Il primo caso è auto-esplicativo, la base di ogni rapporto umano consiste nel reciproco rispetto e se quest’ultimo viene a mancare il fragile equilibrio viene compromesso. La seconda opzione, invece, non ammette scuse: a meno che tu non stia usando il cellulare per migliorare la conversazione, il tuo comportamento è irritante. Se non mi consideri all’altezza della tua attenzione sei liberissimo di trovare una scusa di andartene; se la situazione non te lo permette, cerca di resistere quell’oretta necessaria per sbarazzarti di me. Nessuno ti obbliga a rivedermi in futuro.

La tecnologia è fatta per essere usata, non per essere usati da essa. Nel momento in cui preferisci un oggetto ad una persona, o ti senti in dovere di dare a quel pezzo di plastica e metallo più attenzioni di quelle che stai dando a chi hai davanti, hai fallito.

Link: iBooks Author e Final Cut Pro X: la democratizzazione dei contenuti »

January 20th, 2012 | Link a questo articolo

Fabrizio Rinaldi, parlando del nuovo iBooks Author:

Questo mi fa pensare all’App Store: il negozio digitale di applicazioni, oltre ad aver creato un business notevole, ha permesso a gente giovanissima e (per esempio) a persone che non hanno accesso a mezzi di apprendimento ‘avanzati’, di diventare sviluppatori e soprattutto ha permesso loro di distribuire le loro creazioni ed essere retribuiti per il loro lavoro. Apple non ha inventato questo sistema, ma è chiaro che ne ha creato uno quasi perfetto.

Se voglio sviluppare e vendere un’applicazione per Mac, iPhone, iPod o iPad devo solo farlo. Non ho bisogno di un editore, di un distributore, di un intermediario. Nulla (o quasi, ci sono delle regole da rispettare) mi separa dal negozio virtuale. Oggi se voglio creare e distribuire un libro, eventualmente come prodotto multimediale e interattivo, posso farlo.

Chiaro, Apple non è la sola, ma nessuno può negare che sia l’azienda che più di tutti sta cercando di democratizzare la creazione dei contenuti.

Podcast, applicazioni, video, musica, e ora anche libri; tutti facilmente creabili con le applicazioni fornite di base (o quasi) col OS X. Il Mac non è più un computer per creativi (o meglio, non è più un computer solo per creativi), ma di certo semplifica enormemente la vita a questo tipo di utenti.

Link: Ford, una automobile intelligente, e il futuro dell’innovazione »

January 20th, 2012 | Link a questo articolo

A quanto pare Ford sta pensando di creare un collegamento tra le prossime sue automobili e la nuvola; non tanto per offrire musica e servizi in stile iTunes o Google, quanto per realizzare delle vetture più eco-sostenibili e intelligenti:

L’idea di Ford è di inviare dati dalla tua macchina ai datacenters di Google, in modo da cercare di prevedere dove stai andando ogni volta che accendi il motore. Google potrebbe prevedere, per esempio, che c’è un 59,24% di possibilità che tu stia andando alla casa di Bob. Una vettura ibrida potrebbe fare uso di una mappa di zone a bassa emissione per determinare quando passare alla alimentazione via batteria mentre guidi. O ancora, l’algoritmo potrebbe prevedere un percorso attraverso alcune colline che ti faccia risparmiare del carburante, magari senza incontrare pioggia e traffico.

Ma c’è di più. A un occhio attento non sarà sicuramente scappato l’andamento della tecnologia degli ultimi tempi: meno computer generalisti multi-funzione, ma più oggetti che parlano con computer. È il caso di questo propotipo Ford, della bilancia Withings, del Jawbone Up.

Scrive Kyle Baxter a proposito:

Questi son tutti discorsi, certo, ma derivano da una buona idea. Uno dei più grandi progressi che potremo fare in questo secolo nell’area delle innovazioni e dell’efficienza è ottenere tutti i dati che non abbiamo mai avuto prima d’ora, e usarli per compiere scelte migliori.

Grazie alla miniaturizzazione dei chip e l’abbattimento del costo delle tecnologie ci possiamo permettere di dare un’anima a oggetti che prima non ne avevano, un’anima tecnologica più intelligente di quanto si possa pensare. Auto che analizzano da sole il miglior percorso da seguire, frigoriferi che in base agli ultimi pasti ordinano dai supermercati cibi adatti alla nostra alimentazione; gli esempi si sprecano e non è nemmeno troppo difficile inventarne di nuovi.

Link: Scrivere su Day One per Mac tramite una ricerca personalizzata di Alfred »

January 19th, 2012 | Link a questo articolo

Se anche voi usate Day One per tenere un diario personale e avete installato il PowerPack di Alfred non potete lasciarvi scappare la ricerca personalizzata creata da Federico Viticci. Basta digitare “lg” da Alfred per avviarla e iniziare la scrittura, eliminando completamente il bisogno di aprire l’applicazione.

C’è un futuro per i giornali e le pubblicazioni online?

January 18th, 2012 | Link a questo articolo

Gli ultimi anni non sono stati granché positivi per i giornali: poche persone continuano a comprare le edizioni cartacee e quelli che leggono sul web raramente sono fidelizzati e spesso utilizzano strumenti più rapidi come Twitter. L’enorme evoluzione degli strumenti di pubblicazione online come WordPress (e Tumblr) permette praticamente a chiunque di scrivere e esser letto, senza il bisogno di avere particolari doti informatiche.

Assieme al problema del ridimensionamento del pubblico il web ne porta un altro, non meno importante e in parte collegato: le persone si aspettano che tutti i contenuti siano gratuiti. Perché devo pagare al Corriere venti euro al mese per poter leggere notizie che sono presenti anche su Repubblica? O su un blog indipendente? O su Twitter?

Scrive Clay Shirky:

Questo potrebbe essere l’anno in cui i giornali finalmente abbandonano l’idea di trattare tutte le notizie come prodotti, e tutti i lettori come clienti. […]

Un giornale stampato era un fardello. Un lettore che voleva sapere solo di sport e di titoli azionari comprava lo stesso giornale di un altro lettore che voleva leggere riguardo la politica locale e nazionale, o le ricette e l’oroscopo. Su Internet, però, quel pacchetto tutto-in-uno è lacerato, ogni giorno, da utenti che inoltrano ciascuna URL, senza il minimo riguardo alle prime pagine o alle sezioni o al percorso di navigazione preferito [da chi dirige i giornali, ndr]. Questa separazione conduce alla stramba matematica dei lettori del web – se classificate i lettori in base alle pagine viste in un mese, di gran lunga il gruppo più grande, tra un terzo e metà di loro, visiterà solo una singola pagina. Un gruppo più piccolo leggerà due pagine in un mese, un gruppo ancora più piccolo ne leggerà tre, e così via, fino ad arrivare al lettore più attivo, in un gruppo a sé stante, che leggerà dozzine di articoli al giorno, centinaia in un mese.

Fino ad ora i tentativi dei giornali son stati principalmente due, entrambi con risultati scoraggianti. Il primo prevede il finanziamento delle pubblicazioni tramite le sole entrate pubblicitarie; tentativo destinato a fallire miseramente per il già citato ridimensionamento del pubblico. Il secondo prevede un paywall, termine inglese che sta a significare “noi oscuriamo il sito a cui puoi accedere solo se paghi tot al mese”; anche questo destinato a fallire, chi è così temerario da pagare per contenuti che non ha la possibilità di valutare?

Negli ultimi anni, però, a qualcuno è venuta in mente un’idea diversa, una sorta di ibrido tra le due precedenti: il paywall con la condizionale. Il funzionamento è semplice: alcuni giornali come il New York Times permettono di leggere qualunque notizia o articolo gratuitamente, ma al raggiungimento di quota venti articoli letti in un mese “oscurano” il sito e ti chiedono di pagare per leggere ancora.

Sebbene all’apparenza questa nuova tipologia di paywall possa sembrare soltanto un mescolone dei tentativi precedenti, l’idea che ne sta alla base è tanto nascosta quanto rivoluzionaria. Offrendo l’accesso gratuito ai lettori occasionali, il New York Times smette di trattare le news come prodotti da vendere mentre volge il suo sguardo a quegli utenti che col tempo hanno imparato ad apprezzare il giornale e i suoi scrittori. Se ci tieni, se credi che la tua vita sia migliore grazie alla lettura del New York Times paghi; altrimenti no.

Ancora Clay:

Le due domande fondamentali che dobbiamo porci sono: Cosa vogliono i nostri utenti più devoti? Cos’è che farà diventare tali i nostri lettori più frequenti? Ecco alcune cose che non li faranno diventare tali: Più pubblicità. Più gossip. Più pezzi comprati da altre testate. Questo è un nuovo territorio per i giornali convenzionali, i quali hanno sempre usato come unica metrica su cui basare il proprio business il conteggio grezzo dei lettori invece che la loro fidelizzazione.

Le celebrità che hanno comportamenti inadeguati fanno salire alle stelle il conteggio di pagine visitate ai giornali, ma quei lettori sono tutt’altro che devoti. Nel frattempo, le persone che leggono così tanto da vedersi presentato il paywall e che alla fine pagano per l’accesso, per definizione sono persone che considerano il giornale non solo come una fonte occasionale di articoli interessanti, ma un’istituzione essenziale, la quale esistenza è vitale […]

Quando un giornale abbandona la strategia standard del paywall [quella senza conteggio di pagine visitate, ndr], rinuncia a vendere le notizie come una semplice transazione. Invece, deve anche attrarre i suoi lettori con motivazioni non finanziarie e non transazionali: lealtà, gratitudine, dedizione agli obiettivi, un senso di identificazione con il giornale, un desiderio di preservarlo come un’istituzione invece che come azienda.

Per fortuna, e dico questo da creatore di contenuti, il metodo sembra funzionare. Non si hanno più i profitti di una volta, ma questi sono abbastanza per mantenere in vita le pubblicazioni.

Viene da chiedersi se un modello simile possa esser applicato a scrittori indipendenti, come nel mio caso. Sicuramente è impossibile applicare questa tipologia di paywall a piccoli blog che mancano dei grandi numeri — va bene avere utenti affezionati, ma non è sostenibile se puoi contarli sulle dita di una mano — e per adesso tranne alcune sporadiche eccezioni (vedi John Gruber o Shawn Blanc) il panorama è poco felice. C’è bisogno di nuove idee, persone con inventiva e con la giusta dose di coraggio necessaria a cambiare lo stato delle cose.